Un uomo affetto da depressione svela le vere cause della malattia: e non sono quelle che credevamo - Curioctopus.it
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Un uomo affetto da depressione svela…
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Un uomo affetto da depressione svela le vere cause della malattia: e non sono quelle che credevamo

07 Aprile 2018 • di Claudia Melucci
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Uno dei fantasmi dell'era moderna è la depressione: proprio come uno spettro la sua forma non è definita, non si sa da dove venga, né come scacciarla. La terapia farmacologica con cui oggi viene curata, infatti, non è una soluzione duratura, ma offre solo degli abbagli di 'normalità'. Sappiamo ancora molto poco sulla depressione, sebbene sia davvero tanto diffusa, spesso invisibile agli occhi degli altri. 

Johann Hari, giornalista britannico, avvolto anche lui dalle braccia della depressione, ha cercato negli anni di sapere di più su quella che non può essere solo una malattia, come la definisce e la tratta la medicina. 

"È il tuo cervello che non funziona correttamente."

All'esordio della depressione, un medico disse ad Hari che a causargli quel malessere che non lo lasciava vivere era "il suo cervello che non funzionava correttamente" e che doveva per questo "assumere dei farmaci per riparare il cervello danneggiato".

Dunque la causa sembrava essere dentro, nel cervello di tutti coloro che soffrono di depressione in tutte le sue forme. Ma ad Hari non bastò questa spiegazione, anzi negli anni iniziò a notare che le medicine che prendeva non davano un buon effetto: "I farmaci mi davano una breve spinta quando aumentavo la dose ma poi, poco dopo, la sofferenza tornava. Credevo che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché, nonostante i farmaci, sentivo ancora quel dolore".

Fu così che iniziò per Hari un lungo processo di formazione, di indagine, per scoprire di più su quella condizione, che secondo lui non poteva esaurirsi in un malfunzionamento del cervello. 

"Le cause della depressione non sono sigillate nei nostri cervelli, come mi raccontò quel dottore."

La storia che portò Hari a comprendere le vere cause della depressione, nonché di tutti i comportamenti autolesionisti, inizia senza alcun apparente collegamento con la depressione.

Tutto iniziò con l'incontro tra Hari ed il dottor Vincent Felitti, che in quel periodo studiava l'obesità.

Grazie ad una tecnica sperimentale, il dottore riuscì a far riacquisire ai suoi pazienti, affetti da obesità grave, un peso salutare in tempi più brevi rispetto al normale. Tuttavia, al termine dello studio, molti dei volontari iniziarono a manifestare comportamenti riconducibili all'ansia, alla depressione e agli scatti di rabbia: non erano felici del loro traguardo, e non riuscivano a spiegarsi il motivo per cui non lo erano.

O meglio, non intendevano spiegarselo: sì, perché è a questo punto che entra in gioco la mente e i suoi subdoli meccanismi per sopravvivere. 

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La situazione si fece più chiara quando Felitti ebbe l'occasione di parlare con una sua paziente che, dopo aver perso 80 kg, tornò a pesare oltre 185 kg in pochissimo tempo.

Lei stessa disse che dopo essere dimagrita, di punto in bianco tornò a rimpinzarsi di cibo spazzatura, ma se doveva motivare il suo comportamento non lo riusciva a fare.

Alla fine di un lungo colloquio con il medico, la donna affermò che in realtà qualcosa era capitato e che effettivamente dopo quell'evento tornò a mangiare. Quando era obesa, gli uomini non ci provavano con lei: al termine del percorso dimagrante, però, un uomo le aveva fatto delle avances dopo tanto tempo. Per quel gesto si sentì offesa e cercò consolazione nel cibo.

Felitti capì allora di comprendere meglio la situazione della sua paziente: alla domanda "Quando hai iniziato ad ingrassare la prima volta?", la donna iniziò a parlare di qualcosa che aveva seppellito per anni e che non pensava che potesse condizionare in qualche modo nella sua vita adulta. Parlò di quando il nonno la violentò, ad 11 anni.

Il medico iniziò ad avere dei colloqui con i pazienti del suo programma dimagrante: il 55% di loro confessò di avere avuto un trauma nell'infanzia, spesso di natura sessuale.

L'indagine di Felitti si concluse con il risultato che i traumi infantili portano all'estremo il rischio di depressione in età adulta. Così è stato anche per Johann Hari, violentato da un adulto quando era un bambino.

Ma come mai traumi del genere sfociano nella depressione e nell'autolesionismo nell'età adulta?

Per Hari, quando si è bambini violentati o traumatizzati in qualche modo, addossarsi la colpa del male che viene ricevuto consente di acquisire potere, "Se la colpa è tua, allora, per qualche strano motivo, sei tu ad avere il controllo della situazione.", dice. 

E quando ci si ritiene responsabili, si arriva a credere di meritarlo quel male. E quando si crede questo da piccolo, non si pensa di meritarsi molto di più nemmeno da grande. 

Le cause di depressione ed ansia vanno ricercate nella nostra vita e non in un cervello malfunzionante.

"Se pensi che i tuoi sforzi siano vani e credi di non avere alcun controllo, sei più esposto al rischio di depressione. Se ti senti solo o credi di non poter contare sulle persone intorno a te, sei più esposto al rischio di depressione. Se credi che nella vita contino soltanto gli oggetti acquistati e l'ascesa sociale, sei molto più esposto al rischio di depressione. Se credi che il tuo futuro sarà incerto, sarai più esposto al rischio di depressione."

Ci sono dei fattori biologici che predispongono una persona a questa serie di disturbi, ma non rappresentano i fattori scatenanti: ansia e depressione nascono dal modo in cui siamo costretti a vivere. 

È per questo motivo che l'ansia e la depressione devono iniziare ad essere trattate in maniera diversa, non come follie irrazionali che nascono dal cervello di punto in bianco. "Il tuo dolore non è uno spasmo irrazionale. È una reazione a quello che ti sta succedendo".

Tags: ScoperteStorie
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