Scoperti funghi in grado di scomporre la plastica: sarà la volta buona?

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di Francesca Argentati

07 Giugno 2024

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Un nuovo studio ha scoperto funghi nell'Oceano Pacifico settentrionale che svolgono un ruolo fondamentale: quello di degradare la plastica presente nell'acqua. Vediamo insieme come.

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Funghi trasformano la plastica in anidride carbonica nel Pacifico settentrionale

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La plastica è purtroppo presente nei mari e negli oceani del nostro pianeta, si sa. I ricercatori del NIOZ, Royal Netherlands Institute for Sea Research, hanno tuttavia fatto una piacevole scoperta: un fungo di nome Parengyodontium album, trovato nel Pacifico settentrionale, è in grado di scomporre questo tipo di rifiuti e anche molto rapidamente.

In particolare, questo organismo riesce a degradare il polietilene in anidride carbonica, a una velocità pari allo 0,5% in un giorno per nove giorni, in seguito a un pretrattamento con raggi UV. Dopodiché, rilascia il CO₂ in quantità sicure per l'ambiente. Gli scienziati, per svolgere il loro studio pubblicato su Science of The Total Environment, hanno isolato il fungo dalle zone dell'Oceano Pacifico settentrionale dove la quantità di plastica è più elevata. A quel punto, hanno usato isotopi di carbonio etichettati per registrare il processo di degradazione con la massima accuratezza.

Non è una novità che i batteri hanno la capacità di smaltire i rifiuti in plastica: secondo i ricercatori, alcune specie ancora ignote di funghi marini e oceanici si occupano di decomporre la plastica nei fondali più profondi.

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I funghi che degradano la plastica e l'impatto sull'ecosistema marino

Il Parengyodontium album è infatti soltanto uno dei quattro funghi conosciuti che hanno questa capacità e di certo ne esistono altri in grado di svolgere lo stesso lavoro in aree remote dell'oceano. In ogni caso, la scoperta di questo nuovo organismo che mangia la plastica accende un faro di speranza per il benessere marino, dal momento che rappresenta un significativo alleato nella lotta contro l'elevata presenza di plastiche e microplastiche in questi delicati ecosistemi.

Tuttavia, non può essere certo considerato una soluzione per risolvere la situazione della Great Pacific Garbage Patch, o Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura che comprende particelle di detriti marini nell'Oceano Pacifico settentrionale centrale. La quantità di rifiuti in questa zona è tale che sarebbe necessario un lunghissimo periodo di tempo prima che questi funghi possano ridurli in modo significativo.

Produzione annuale di plastica e previsioni

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La produzione di plastica annuale supera i 400 miliardi di kg ogni anno e si prevede che questi numeri triplicheranno entro il 2060. Una grande percentuale di questi rifiuti è destinata a finire nel mare e a galleggiare sulla superficie, per poi sprofondare fino a raggiungere i fondali. Spesso, come spiega Annika Vaksmaa del NIOZ, autrice principale dello studio, restano ingabbiati nei vortici subtropicali, che sono correnti oceaniche concentriche dove l'acqua è quasi ferma. In quello del Pacifico settentrionale, la quantità di plastica galleggiante è di circa 80 milioni di kg.

In definitiva, questo fungo può degradare con successo il polietilene a base di carbonio che viene esposto preventivamente ai raggi UV. Nella pratica, si tratta di un tipo di plastica molto comune che compone bottiglie d'acqua e sacchetti di plastica, oggetti che spesso finiscono nelle nostre acque. Vaksmaa ritiene che la luce UV favorisca la rottura meccanica della plastica, oltre che la sua degradazione biologica ad opera dei Parengyodontium album. Naturalmente, il lavoro efficace di questi funghi non implica né tantomeno incoraggia un uso inconsapevole e dannoso della plastica: per favorire il benessere dell'ecosistema marino è indispensabile che tutti agiscano con buon senso e che l'uso della plastica venga drasticamente ridotto.

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