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Ciò che dici ad un bambino quando piange…
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Ciò che dici ad un bambino quando piange farà una grande differenza nella sua vita

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Il pianto è un atto che può avere mille sfaccettature, soprattutto quando a versare le lacrime è un bambino: i neonati hanno il pianto come unico strumento per comunicare disagio, dolore, necessità di mangiare o di dormire. Sebbene con gli anni si sviluppino altri metodi di comunicazione, la parola in primis, piangere rimane per i bambini uno dei modi più istintivi per condividere le emozioni, soprattutto quelle negative.

Anche nei bimbi più grandi di età, il pianto può avere diversi significati: stanchezza, sonnolenza, dolore, frustrazione e insoddisfazione. Per quanto sia difficile per gli adulti decifrare la motivazione delle lacrime, è bene pesare le parole che si pronunciano al bambino in questo momento di particolare vulnerabilità. Alcuni termini sbagliati potrebbero infatti ledere l'autostima del piccolo e danneggiare il rapporto di fiducia che intercorre con l'adulto. 

5 frasi che non andrebbero mai dette ad un bambino quando piange. 

  1. "Smettila di piangere!" - con questo tipo di frasi mandiamo un messaggio sbagliato al bambino, ovvero quello per cui piangere è sbagliato. Facendo in questo modo stiamo dicendo di fare a meno di esprimere le proprie emozioni: quando un bambino sopprime le emozioni, da adulto sarà incapace di gestire i propri stati d'animo, in quanto privato di quello che per lui era un modo per esternare ciò che aveva dentro di sé. Cosa è meglio fare? È preferibile chiedere al bambino il motivo per cui sta piangendo, sostenerlo, parlargli sinceramente e cercare di risolvere la questione che lo ha portato a piangere. Non fategli mancare il contatto fisico, probabilmente l'arma più potente per riportarlo in uno stato di calma.

  2. "Se continui a piangere, presto ti farò piangere io" - quando il bambino piange, potrebbe essere perché spaventato da qualcosa, ma anche quando non è la paura a provocare il pianto, il bambino vive uno stato di agitazione per la reazione che sta avendo (le lacrime che scorrono sul suo viso). Minacciarlo di punirlo corporalmente non farà altro che aumentare la sua ansia e potrebbe portare a situazioni molto difficili da gestire. Inoltre, stiamo proponendo al bambino la violenza come soluzione: in questo modo lui capirà che arrivare alle mani è un modo per interrompere ciò che non è di proprio gradimento. In questi casi è bene mettere da parte questo tipo di minacce e far sentire al bambino la propria vicinanza. 

  3. "I maschietti non piangono", "Solo le femminucce piangono", "I bambini grandi non piangono" - sono tutti messaggi sessisti e privi di fondamento. Ogni bambino è diverso, e le differenze non sono tutte riconducibili al sesso o all'età: piangere è una risposta che non c'entra nulla con l'essere maschi, femmine, grandi o piccoli. Non abituate i vostri figli a ragionare in base agli stereotipi: lasciatelo libero di esprimere il suo carattere. 

  4. "Stai esagerando!" - stiamo sminuendo l'importanza del motivo che lo ha fatto piangere. I bambini, ovviamente, daranno molto più peso a situazioni che per un adulto sarebbero indifferenti, ma reputare un'esagerazione il suo pianto non fa altro che sottovalutare la sua vita di bambino. Se usata di frequente, questa espressione può creare un senso di sfiducia con il genitore che più di una volta ha dimostrato di non comprenderlo. Il segreto è quello di ragionare con la testa di un bambino quando si parla con i bambini: se un suo amichetto gli ruba la palla o la bambola, dovreste capire la 'gravità del gesto!

  5. "Se devi piangere, sparisci dalla mia vista!" - questa frase distrugge ogni tipo di legame con il bambino, favorendo il distacco. A prescindere dalla motivazione che c'è dietro al pianto, si tratta di un momento molto delicato in cui il bambino ha estremamente bisogno di vicinanza: non è strettamente di tipo fisico, anche il supporto a parole o la sola presenza sono efficaci. Se chiediamo ai bambini di andare in un'altra stanza quando piangono, li stiamo privando di questa vicinanza, creando in loro un vuoto che non possiamo sapere in che modo viene colmato, se con un distacco dal genitore o con stati di ansia. 

In conclusione, il consiglio è quello di non sottovalutare il pianto del bambino: è una componente ricorrente soprattutto nei primi anni di vita, ma il genitore deve impegnarsi a non riversare la sua 'stanchezza' nella comprensione del bimbo. Fateli sentire al sicuro, parlate con loro: la motivazione che lo ha portato a piangere potrebbe stupirvi. 

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