50 anni fa il primo trapianto di cuore umano: ecco la storia dell'uomo che osò tentarlo - Curioctopus.it
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50 anni fa il primo trapianto di cuore…
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50 anni fa il primo trapianto di cuore umano: ecco la storia dell'uomo che osò tentarlo

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A livello mondiale il numero medio di trapianti di cuore eseguiti in epoca contemporanea è di circa 3.500. Non molti, considerato che secondo la classificazione ufficiale per gli scompensi cardiaci ad avere problemi gravi (di classe IV) sono oltre ottocentomila persone. Eppure i progressi in questo ramo della chirurgia sono stati tanto grandi quanto rapidi.
Vi basti sapere che il primo trapianto di cuore della storia fu realizzato mezzo secolo fa, nel 1967, da un uomo che ebbe il coraggio di tentare ciò che non era mai stato fatto prima.

Come si misura il successo in ambito medico quando una procedura chirurgica non ha precedenti?

La ricerca sulla possibilità di trapiantare con successo degli organi esisteva già alla fine del diciannovesimo secolo, quando molti medici facevano piccoli tentativi in laboratorio grazie ai miglioramenti nelle tecniche di sutura.
I primi segnali che queste tecniche sarebbero potute essere applicate al cuore si ebbero fra gli anni Quaranta e Cinquanta del 1900, in particolare grazie al lavoro dei medici premio Nobel Dickinson Richards e Andre Cournaud, che fecero progressi enormi nella comprensione della fisiologia del cuore umano.
Meno di dieci anni dopo il medico sudafricano Christiaan Neethling Barnard ebbe il coraggio di provare il trapianto per eccellenza.

All'epoca si era consapevoli che l'ostacolo maggiore alla riuscita dell'operazione sarebbe stato il rigetto immunologico.

Il 3 dicembre del 1967, il dottor Barnard impiantò il cuore della venticinquenne Denise Darvall, deceduta a seguito di un incidente d'auto, nel corpo del cinquantatreenne Lewis Washkansky, affetto da insufficienza cardiaca cronica e destinato a soccombere ad essa.

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18 giorni di speranza

immagine: Source

L'operazione guidata dal team di Barnard, che era composto da trenta persone, durò 9 ore. Al termine di essa per Washkansky iniziò una cura che impedisse al suo sistema immunitario di scatenare una reazione di rigetto. Sfortunatamente quegli stessi farmaci lo resero suscettibile al contagio di malattie e fu così che diciotto giorni dopo il trapianto, l'uomo morì di polmonite.

Una sconfitta?

Col senno di poi l'esito dell'operazione potrebbe apparirci come un fallimento, eppure bisogna notare che in quel breve lasso di tempo il cuore trapianto aveva lavorato normalmente.
A partire dagli anni Settanta i progressi in ambito farmacologico permisero di creare farmaci che controllavano meglio il problema del rigetto e Barnard continuò a sottoporre a trapianto persone che vissero per periodi ben più lunghi (anche cinque anni).
Il suo lavoro non va considerato come una personale ricerca del successo a scapito di cavie umane, piuttosto come l'intento spassionato di aiutare a vivere un po' più a lungo persone comunque destinate a morire di quella stessa malattia che, tanti anni prima, gli aveva portato via un fratello e lo aveva spinto a intraprendere questo impegnativo mestiere.

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