I "carusi" sfruttati nelle solfatare di Sicilia: un triste capitolo di storia italiana - Curioctopus.it
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I "carusi" sfruttati nelle solfatare…
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I "carusi" sfruttati nelle solfatare di Sicilia: un triste capitolo di storia italiana

14 Dicembre 2017 • di Giulia Bertoni
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Gli umani conoscono lo zolfo da millenni ma fu solo nei primi anni dell'Ottocento, con lo sviluppo del settore industriale, che si diede il via ad una estrazione di tipo sistematico.
Questo non metallo cristallino dal caratteristico colore giallo intenso divenne all'epoca un materiale importante di cui disporre in tanti ambiti, fra cui quello della produzione di polvere da sparo. In Italia il luogo che maggiormente disponeva di zolfo era la Sicilia ed era lì che venivano impiegati i cosiddetti "carusi" delle "surfaru".

I carusi di Sicilia

La massiccia presenza di solfatare rese la Sicilia il luogo di estrazione dello zolfo per eccellenza: basti pensare che all'inizio del XIX secolo ben l'80% della produzione mondiale proveniva proprio dall'isola italiana.
Secondo un censimento dell'epoca, pare che nel 1834 le miniere in attività fossero oltre duecento. Ma chi si occupava di estrarre e radunare i cristalli di zolfo? Com'è possibile immaginare dalla datazione temporale, fra i lavoratori delle surfaru c'erano anche tanti ragazzini (i carusi, appunto), spesso di nemmeno dodici anni, che venivano impiegati in condizioni tutt'altro che buone.

L'attività mineraria legata al commercio dello zolfo si caratterizzò per lo sconsiderato sfruttamento della manodopera, che era spesso fatta di ragazzini, se non di veri e propri bambini: i figli della famiglie povere venivano presi a lavorare garantendo alla famiglia un pagamento anticipato. La paga giornaliera dei carusi (che passavano l'intera giornata all'interno di gallerie buie), però, era così bassa che essi non riuscivano quasi mai a ripagare il debito contratto dai genitori.

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Oltre alle misere condizioni di vita, in cui ammalarsi era facilissimo, i carusi subivano ogni sorta di maltrattamento.

In un'Italia meridionale ancora fortemente legata alla cultura del latifondo e particolarmente arretrata, il destino di questi giovanissimi lavoratori diveniva dunque indissolubilmente legato a quello del proprietario terriero e spesso il rapporto di lavoro (anche se si trattava di vero e proprio sfruttamento minorile) non si dissolveva prima di 30-40 anni.

I carusi potevano essere sfruttai dalle 10 alle 16 ore al giorno ed erano costretti a trasportare carichi pesantissimi, per la loro età e la loro corporatura.

La strada verso la fine dello sfruttamento del lavoro minorile, comunque, era ancora lunga, basti pensare che bisognerà attendere una legge del 1907 per vedere messo nero su bianco che "per l'ammissione ai lavori sotterranei delle cave, miniere e gallerie, l'età minima dovrà essere di 13 anni compiuti dove esiste trazione meccanica, di 14 anni dove non esiste".

Tags: ItaliaStoriaStorie
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