Si finse pazza e si infiltrò nei manicomi: la storia di Elizabeth Cochran, una delle prime giornaliste investigative della storia - Curioctopus.it
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Si finse pazza e si infiltrò nei manicomi:…
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Si finse pazza e si infiltrò nei manicomi: la storia di Elizabeth Cochran, una delle prime giornaliste investigative della storia

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Nel 1885, dopo aver letto sul giornale Pittsburgh Dispatch un articolo misogino dal titolo "A cosa servono le ragazze", l'allora ventunenne Elizabeth Cochran scrisse un'accesa risposta di protesta al direttore George Madden firmandosi col nome di Lonely Orphan Girl. Nella lettera, Cochran si espresse con un'eloquenza tale che il giorno seguente il giornale invitava il misterioso autore a farsi avanti: la curiosità di scoprire chi si celasse dietro a quel pezzo era tanta. Da quell'episodio nacque la figura che viene ricordata come una delle prime donne a svolgere il mestiere di giornalista investigativa e la prima a svolgere ricerche sotto copertura.

Gli inizi e la svolta.

Quando si presentò alla redazione del Pittsburgh Dispatch, Elizabeth Cochran era una giovane donna in grosse difficoltà economiche. Dopo un primo articolo, il direttore Madden confermò il suo interesse nell'avere Cochran a lavoro nella sua redazione e per questo le offrì un posto fisso e uno pseudonimo: Nellie Bly. Inizialmente la giornalista si occupò di indagare e riportare la condizione delle donne a lavoro nelle fabbriche ma l'idea che una donna scrivesse di questi argomenti spinse la dirigenza a spostarla nella sezione delle "pagine femminili" a scrivere di moda, società e giardinaggio.
Cochran, insoddisfatta di queste direttive, decise di farsi spostare al gruppo dei corrispondenti esteri, partì per il Messico e per sei mesi, fra il 1886 e il 1887, scrisse della vita delle gente del posto. In seguito a un articolo di critica contro il governo, allora sotto la guida del dittatore Porfirio Díaz, Cochran fu costretta a lasciare il paese. L'idea di dover tornare a scrivere di frivolezze a Pittsburgh, però, proprio non le andava giù e fu così che decise di trasferirsi a New York e tentare una carriera nel mondo del giornalismo che riconoscesse davvero il suo valore. Prima di andarsene lasciò un biglietto a un suo collega che leggeva "Caro Q. O., me ne vado a New York. Sentirai parlare di me presto".

L'esperienza investigativa all'interno di un ospedale psichiatrico.

L'arrivo a New York si rivelò difficile ma dopo quattro mesi di stenti, Cochran si presentò a Joseph Pulitzer, direttore del New York World, e si sentì offrire un curioso e rischioso incarico: avrebbe dovuto fingersi pazza e provare a farsi ricoverare in un ospedale psichiatrico femminile per scoprire cosa accadeva realmente al loro interno. La giornalista accettò e dopo aver passato una giornata davanti allo specchio simulando espressioni facciali strane, entrò in una pensione e fece in modo di attirare su di sé l'attenzione. All'arrivo della polizia la donna venne fatta esaminare da alcuni medici, i quali convennero prontamente che si trattava "chiaramente di malattia mentale". Iniziavano così i suoi dieci giorni all'interno dell'ospedale psichiatrico femminile di Blackwell's Island. In quell'arco di tempo, Cochran poté appurare che le pazienti erano soggette a ogni tipo di maltrattamenti: cibo rancido, acqua da bere sporca, ore passate legate con corde, costrette a stare dalle 6 del mattino alle 8 di sera sedute su delle panchine senza potersi muovere, in un ambiente infestato dai ratti, lavate con secchi di acqua gelida e picchiate dalle infermiere quando non eseguivano l'ordine di stare zitte. Parlando con alcune delle altre internate, la sanissima Nellie Bly capì che molte delle donne lì dentro non avevano alcun problema mentale, ma erano state segregate lì dalle famiglie per i motivi più disparati, banalmente riassumibili col fatto che risultavano scomode.
Una volta fuori da Blackwell's Island, Cochran pubblicò un resoconto della sue esperienza intitolato Dieci giorni in manicomio: l'opera provocò grossi scandali e oltre a consacrarla come giornalista permise di attivare il processo che portò alla riforma degli istituti di accoglienza per persone con disabilità mentale e a rivedere le perizie psichiatriche che i medici emettevano, evidentemente, con scarso zelo.

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Il giro del mondo in 72 giorni.

immagine: Wikimedia

Dopo l'esperienza in manicomio Cochran fu finalmente libera di svolgere il proprio lavoro e di dedicarsi a un'altra incredibile impresa: propose al direttore del New York World di trasformare in realtà il racconto Il giro del mondo in 80 giorni. Partì con un cappotto, una valigetta e pochi cambi per la biancheria intima per compiere questa impresa che riuscì a completare in 72 giorni.
Da quel momento la sua vita fu un susseguirsi di avventure diverse, incluse quella alla guida di un'azienda che produceva ferro (di proprietà dell'anziano marito) a quella come corrispondente per il fronte orientale durante la Prima guerra mondiale e la trattazione degli eventi durante la prima, storica parata delle suffragette nel 1913.

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